Una risposta dal mare | Maurizio Amendola

'Per Ortensio quel vuoto è un luogo da cui non partire.' Everything around him changes, but Ortensio spends his days in a man-made oasis.
Door deBuren op 1 jan 2019
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Literatuur
CELA

'Una risposta dal mare ' is a short story by the Italian author and screenwriter Maurizio Amendola. Amendola is part of CELA (Connecting Emerging Literary Artists), a two-year European talent development programme where young writers, translators and curators develop their skills and expand their network. Lies Lavrijsen, who is also part of CELA, translated the story into Dutch.

Una risposta dal mare

 

1.

 

Ortensio cammina sul dritto sentiero di tavole in pietra, tutt’intorno la distesa di dune sabbiose, grigie, e cespugli aridi e grovigli di rami più simili al filo spinato, dove gusci bianchi brillano nella mezza luce del mattino. Non fa caso al pescatore che si piega sugli sterpi, lui cerca lumache e vermi da usare come esche, Ortensio invece tira dritto verso il suo miraggio, che ha inizio lì dove il sentiero si nasconde. È una galleria di alberi giovani, è il giardino in mezzo al niente, è la sua invenzione. Si ferma sotto le fronde. Un breve colpo di vento agita le cime delle tamerici e il sussurro degli oleandri vibra nel silenzio della spiaggia. La luce che anticipa l’alba colora fredda le nuvole d’argento, piatte e sospese scuriscono l’acqua.

 

Prima, quella porzione di terra marina non aveva mai conosciuto l’ombra, poi Ortensio ha piantato i primi semi. Chi ci passa in estate non sa che il miraggio esiste grazie a un uomo, pensa a una creazione casuale, a un regalo del vento e della pioggia.

 

Gli alberi hanno quindici anni, i loro tronchi sono forti, ci vorrebbe il maremoto per buttarli giù.

 

Lo sogna spesso, Ortensio, il maremoto.

 

L’acqua si ritira e poi s’innalza in onde come solo gli oceani sanno montare. La mareggiata scivola sul mezzo chilometro di terra morta con le dune e gli sterpi, e anche la sua opera, nell’incubo, viene travolta. Si mangia la strada, il mare, arriva dentro casa sua e si porta via tutto quello che c’è: le tende di bambù arrotolate nell’angolo, le scarpe da trekking coi lacci rossi, l’agendina su cui segnava le esatte quantità di valium da dare alla moglie. Infine, tutto muore nell’onda e il sogno è finito. Ortensio si alza e spalanca gli scuri per controllare che ogni cosa sia ancora al suo posto: le lunghe tavole di pietra che compongono il sentiero, il suo bosco quieto e indifeso, che deve sopravvivere a ogni notte, e il mare lontano.

 

Adesso, protetto da quei rami e dall’ombra, pensa che è da lì che vorrebbe guardare i giorni passare, come farebbe un fantasma che non ha più il coraggio di uno sguardo.

'Un breve colpo di vento agita le cime delle tamerici e il sussurro degli oleandri vibra nel silenzio della spiaggia'

2.

 

Sulla Piana della Terina resta l’antica torre, unica superstite della distruzione. I figli di Annibale obbedirono al padre, pur di non lasciarla ai Romani rasero al suolo la contrada alleata che sorgeva lassù. Alcuni abitanti di quella città scomparsa si lasciarono alle spalle il Mar Tirreno e dopo un miglio trovarono rifugio in un luogo difeso da tre colline, una coperta di elci, con ghiande vive del colore dell’autunno, le altre di uliveti, e due torrenti, il Grande e il Rivale. Lì il vento non può arrivare, oggi come allora, quando dal Rione Motta gli abitanti di Nocera Terinese costruirono le prime case.

 

Al paese ci si arriva salendo da Marina, il suo doppio abitato in riva al golfo di Sant’Eufemia che un tempo le pacchiane di Nocera raggiungevano a piedi, con il cercine sui capelli a rendere morbido il peso che reggevano sul capo.

 

Marina non era nient’altro che una striscia di terra a nome di una sola famiglia, finché gli eredi si decisero a vendere. Così arrivarono gli alberghi e i ristoranti, oltre al piccolo centro abitato e alla stazione ferroviaria in disuso, di cui non si legge nemmeno il nome dal treno veloce che la supera subito e lì non si ferma da anni.

'Palme i cui rami tendono dritti verso terra, come i capelli sciolti di un'anziana donna che si è arresa'

Ortensio non indossa la cintura alla guida. Superati i novanta all’ora la plancia della sua Panda 750 rossa comincia a tremare. Viene dal paese e percorre l’ultimo rettilineo in discesa, frena prima della curva che segna l’ingresso di Marina. Percorre Viale Stazione che l’attraversa, supera la farmacia, la posta, il chiosco circondato da palme i cui rami tendono dritti verso terra, come i capelli sciolti di un'anziana donna che si è arresa. Il piccolo parco pubblico circonda uno scoglio e lascia intuire un punto nella storia in cui il mare arrivava fin laggiù.

 

Ortensio prosegue nel traffico deserto, passa sotto la ferrovia e si avvicina al breve tornante in salita, l’ingresso nella Statale 18 in cui sterza in direzione sud, facendo partire dalle gomme un fischio ruvido che non lo sorprende.

 

È ancora inverno lungo l’asfalto maculato dalle piogge di fine marzo. Oltre il parabrezza si ripetono le insegne di villaggi e pensioni che non superano le quattro stelle, il parcheggio vuoto e le saracinesche chiuse del minimarket con a fianco il bar, tabacchi e sala slot. Per Ortensio quel vuoto è un luogo da cui non partire, dov’è stato ragazzino e vecchio nel medesimo istante. La sua pelle assorbe il sudiciume degli anni. Ha visto cambiare quella terra, quella stessa strada, ha visto polvere alzarsi e insegne sostituite, fino a un presente in cui ammettere che tutto è cambiato senza sapere quando. È un’amnesia urbana che si dissolve quando dalla Statale, d’improvviso, Ortensio vede sulla sinistra le alte colline e in lontananza la Salerno-Reggio Calabria. Sulla destra, invece, la vastità della spiaggia e il golfo, dove in giornate più pulite intravede Pizzo, poi Tropea, finché la baia diventa la marea che gli aerei quasi sfiorano prima di atterrare. L’aeroporto di Lamezia Terme dista da Marina poco più di venti chilometri.

 

Ai lati della strada, i marciapiedi larghi assecondano il panorama. La Panda svolta a sinistra, le gomme lisce scorrono sulla linea divisoria del lungo rettilineo e oltre la corsia opposta. La via è libera.

L’uscita dalla Statale è una breve discesa che subito incontra una curva a gomito, e la strada si fa sterrata. Lì Ortensio può alzare gli occhi e scrutare il suo balcone al terzo piano. Gli scuri sono chiusi, se ne assicura ogni volta. Arrivato lungo la recinzione, si ferma. Spegne il motore, tira il freno a mano e scende, scorrendo sul palmo il mazzo di chiavi che aprono la casa in cui è nato, su in paese, insieme a quelle dell’appartamento in cui vive, lì nel Residence. Individua l’unica colorata di un blu brillante, quella del cancello automatico di cui non ha mai chiesto il telecomando agli altri condomini. Loro si riuniscono ogni fine agosto sotto il gazebo del grande giardino, con la pelle bruciata dal sole, coperta di crema antizanzare, eleggono l’amministratore e discutono le spese di manutenzione. Un rito annuale a cui Ortensio non ha mai partecipato.

 

Inserisce la chiave blu, il lampeggiante segnala lo scorrere del cancello.

 

La vernice bianca usata sull’asfalto per definire l’ordine dei parcheggi è sbiadita, i numeri quasi cancellati. Oltre alla Panda di Ortensio c’è solo un motoscafo sul rimorchio, coperto da un telo. Il tetto del gazebo è di piante rampicanti che tengono in ombra le sedie di plastica accatastate vicino ai due tavoli, sopra un sedimento di foglie secche.

 

Le palazzine sono due, l’una il riflesso dell’altra, costruite alla fine degli anni Settanta. Ortensio fu il primo ad acquistare uno degli appartamenti, disegnati in ugual maniera: due stanze e il bagno lungo il corridoio, in fondo la sala con cucina e balcone. Da lì Ortensio domina la vista, a cui affida i suoi risvegli e le inquietudini. Una è datata 17 luglio 1994.

'La vernice bianca usata sull’asfalto per definire l’ordine dei parcheggi è sbiadita, i numeri quasi cancellati'

Anche quel giorno era andato a nuotare prima di cena. Per lui è il momento migliore: vicino al bagnasciuga non c’è nessuno, gli ombrelloni chiusi attendono l’apertura del giorno dopo, la temperatura dell’acqua è tiepida come l’aria, il sole affonda e lo insegue coi suoi frammenti di luce riflessa. Lo Stromboli fuma, scuro all’orizzonte.

 

Al ritorno, si aspettava di aprire la porta di casa con tre giri di chiave. Ne bastò solo uno. Ortensio riconobbe in fondo al corridoio buio la sagoma di suo padre, la poca luce alle sue spalle gli oscurava il volto. Con il costume addosso e l’asciugamano in spalla, senza chiudere la porta d’ingresso, si avvicinò attraversando il corridoio fino a notare le lacrime toccare quei baffi scuri e severi, da sempre ben disegnati, e osservare i due bicchieri sul tavolo della sala. La bottiglia di rosso senza etichetta era consumata a metà. A bere col padre c’era Franco Mancini, per tutti, da Marina a Nocera, Maciste. A Ortensio venne in mente che non aveva mai visto il suo vecchio compagno di scuola con la divisa da carabiniere. Una volta, da bambini, giocavano ai rigori in uno spiazzo del Rione Motta, prima che diventasse un parcheggio. Ortensio era già alto, toccava con un salto la traversa disegnata col gesso. Maciste, che al contrario cresceva a fatica, era famoso in paese per le gambe muscolose e i tiri che spesso, picchiando sul muro, rotolavano giù nella vallata. Nelle parti dei campioni da interpretare, erano Mario Corso contro Giuliano Sarti, il piede sinistro di Dio contro il portiere di ghiaccio.

 

Maciste lo invitò a sedersi, d’istinto gli venne da offrirgli un bicchiere, ma il padrone di casa non riusciva ad aggiungere un altro passo.

'Nelle parti dei campioni da interpretare, erano Mario Corso contro Giuliano Sarti, il piede sinistro di Dio contro il portiere di ghiaccio'

Sentirono solo la sua domanda.

 

– Dov’è Maria?

 

Ventiquattro anni dopo, c’è ancora chi lascia i fiori sul guardrail.

 

Era la notte della finale dei Mondiali. Nel Residence avevano sistemato un televisore sotto il gazebo e tutti, vecchi e bambini, avevano cominciato a radunarsi già nel tardo pomeriggio, con le donne che servivano pizza rustica nei piatti di plastica e gli uomini che versavano dalle damigiane.

 

Roberto Baggio si avvicinava al dischetto proprio mentre Ortensio entrava nella stanza in penombra dell’obitorio di Amantea. Suo padre lo seguiva, Maciste era fuori ad aspettarli. Pochi minuti dopo, un bambino di nome Paolo, arrabbiato e triste, ha chiesto a suo padre il permesso di restare ancora un po’ in giardino, promettendo di non uscire dal cancello. Ha dato le spalle al televisore che qualcuno non aveva esitato a spegnere, si è asciugato le lacrime sulle guance rosse ed è salito in sella alla sua BMX gialla. Quando tutti, tranne Ortensio, erano già tornati nei loro appartamenti, lui pedalava intorno alle palazzine del Residence, finché sua madre lo chiamò dalla finestra: si era fatta l’ora di tornare a casa.

Emerging writer from Italy

'That’s an essential principle. At the beginning of a story you must ask: what form does this work need? It calls for an approach that starts from the artwork itself.'

 

Maurizio Amendola (1985) has lived his life between Crotone, Pisa and Torino. He collaborated in writing the movie Babylon Sisters and he was two times finalist at the Torino Film Lab’s ‘Series Lab Italia’, an annual program aimed at developing innovative and high-profile TV series projects. He currently works as a tutor at Scuola Holden, where he is also involved in a project having its foundation in another of Maurizio’s passions: radio writing and performing.

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